domenica 27 gennaio 2008

Il telelavoro nobilita l’uomo?

Sognando un rifugio mobile e confortevole dove raccogliere le ore private della mia giornata sulla Terra, ho fatto un’indagine sulle possibilità lavorative che la realtà economica moderna offre agli spiriti liberi e nomadi della nuova era. Il telelavoro è una di queste. Non ancora regolamentato dal legislatore, utilizzato poco dai datori e percepito riduttivamente come “lavorare da casa” dal lavoratore, questo strumento di guadagno potrebbe portare dei benefici alla qualità della vita dell’essere umano a condizione di rivedere completamente il nostro modo di vivere: in pratica, per telelavorare felici occorre una vera e propria rivoluzione sociale.

Sentendo gli esperti della materia, ecco i punti chiave che mancano nel sistema-lavoro odierno per l’affermarsi del telelavoro: certezza di produrre un lavoro fatto a regola d’arte e certezza di ottenere un compenso per il lavoro fatto.

Che tristezza, mi dico. Se il telelavoro non si afferma perché non c’è chi sa fare un lavoro a regola d’arte e, per di più, c’è tuttora l’incertezza di riceverne il giusto compenso in pagamento, allora è dimostrato che ai giorni nostri l’impiegato di un’azienda (l’unico che potrebbe aspirare al telelavoro per ragioni obbiettive di fattibilità) non sta facendo altro che utilizzare le sue competenze alla bene meglio con l’obbiettivo finale di tirare avanti la carretta e nulla più. Lavorare a regola d’arte non è considerato un valore né dal lavoratore che presta la propria opera, né dal datore che, infatti, lo paga sulla base di contingenze variabili che poco hanno a che fare con il merito di un lavoro ben fatto.

Ma cos’è che ci ha portati ad un tale paradossale e avvilente scenario: a ben guardare è tutta una questione di mancanza di fiducia reciproca. Il lavoratore non si fida del datore e viceversa. Perché? Perché la vecchia massima ‘il lavoro nobilita l’uomo’ è la più grande fesseria che sia mai stata pronunciata e tutti lo sanno, datori e lavoratori. Eppure proprio sulla base di questa enorme balla consapevole la domanda di lavoro scadente sotto costo continua a crescere ed i rapporti di lavoro si riducono ad un gioco delle parti equivoco: si sciopera per guadagnare di più, non si assume per investire poco sul capitale umano e si forma il lavoratore per ottenere fondi pubblici; il lavoro da fare, quello poi, anche se non tutti lo sanno fare bene perché privi di vocazione, è diventato un diritto e come tale deve essere riconosciuto a tutti e a prezzo politico. Che grande inganno umano!

Non è il lavoro che nobilita ma la libertà dal lavoro. E’ questa la rivoluzione sociale auspicabile. Con l’augurio che un giorno ciascuno avrà il coraggio di scegliersi un mestiere per vocazione e non per un compenso sicuro concordato da categorie di chissà chi, lascio il link a http://www.telelavoro.it/ per le vostre esplorazioni.

domenica 20 gennaio 2008

Sulle tracce di una nuova evoluzione.

Diciamocelo, l’uomo ha perduto ogni rapporto con il soprannaturale, il mistero, l’inspiegabile. Concetti che ci sono venduti come diavolerie praticate da streghe e fattucchiere ma che sono ancora oggi l’anello mancante nella conoscenza della natura e dell’evoluzione del genere animale, tra cui brilla per le sue peculiari caratteristiche la specie dei sapiens. Ovverosia, noialtri bipedi parlanti.
Per farmi capire meglio, vi cito il noto esempio di un mistero che ancora oggi intriga i meteorologi che studiano la natura dei processi climatici: il c.d. ’effetto farfalla’. Il battito delle ali di una farfalla a Pechino genera dei risucchi nell’aria che possono dare origine, un mese dopo, a una tempesta a New York. Come questo avvenga e come questo possa essere previsto o prevenuto, però, nessuno lo sa”.(Dagnino\I nuovi nomadi, pag. 12) In altre parole, gli esperti della teoria del caos ritengono che l’intervento di una infinitesimale bazzecola all’interno di un sistema possa provocare a lungo termine una considerevole bagarre come risultato finale. Quello che non riescono tuttavia a capire è il perché e il come.
Bene, dico io. Se non ci sono certezze allora tutto è possibile. E’ possibile che una particella espulsa dal peto di un aborigeno abbia proprietà telepatiche ed arrivi nella testa di un nord americano provocandogli un rifiuto del modello di vita produci-consuma-crepa ed un forte esaurimento nervoso. Gli effetti benefici e le positive ricadute sociali di un tale parapiglia personale tuttavia potrebbero essere annientati da sedute psico-analitiche o da istituzioni religiose da sempre a caccia di spiriti perduti. Peccato.
Peccato non accettare il mistero così com’è, nella sua imperscrutabilità, assecondarlo e conviverci in armonia senza mettergli un cappello da strega, un’aureola da santone oppure chiamarlo “malattia” ma farlo invece nostro, parte della nostra personale, unica ed originale esperienza sulla terra. Se anche le nostre piccole e insensate decisioni, come l’effetto farfalla, hanno la possibilità di provocare degli sconvolgimenti sociali, allora anche un solo essere umano è in grado di scatenare casualmente il più grande mutamento del mondo. Bè, se non siamo contenti del nostro – parlo di quello personale fatto di casa\lavoro\famiglia e altre comuni abitudini -, allora diamoci da fare e cambiamolo. Non chiediamoci come però, quello rimane un mistero, facciamolo e basta. Forse l’anello mancante, la consapevolezza del mistero, è il significato che cerchiamo, la frontiera della prossima evoluzione di noi sapiens: i sapiens- globali

Sulle tracce di un’altra imminente evoluzione culturale dell’umanità, vi segnalo con vero piacere un lavoro di Arianna Dagnino - I nuovi nomadi: pionieri della mutazione, culture evolutive, nuove professioni, scaricabile in pdf su http://www.nomads.it/stories.php?cosa=184&pagina=7&sopra=41&sotto=184

mercoledì 16 gennaio 2008

Camarades de travaill ! Nous voulons l’anèè de 8 mois!

Camarades de travaill ! Nous voulons l’anèè de 8 mois! Noi vogliamo l’anno lavorativo di 8 mesi! I successivi 4 li impieghiamo a vivere.

La proposta è semplice. Si lavora 8 mesi all’anno e nei rimanenti quattro ci si occupa della nostra esistenza, dedicandoci seriamente a capire dove siamo arrivati e se quello che stiamo facendo è veramente quello per cui siamo stati messi al mondo.
Per mezzo di questa sequenza di tempo di lavoro e di riposo, la produttività ritroverebbe equilibrio, il lavoro flessibile la sua buona ragion d’essere e lo stato di disoccupazione diverrebbe un’opportunità di recupero della dignità umana.
In quei quattro mesi di riposo ci si potrà dedicare ai nostri bisogni esistenziali: curare le nostre relazioni personali, dedicarci a una passione, intraprendere un diverso lavoro, oziare, partire per l’altro capo del mondo, sparire: quattro mesi per riappropriarci della nostra vita e darle un senso; confermarla se soddisfatti, cambiarla del tutto se delusi.

Che la politica stia incoraggiando il lavoratore ad allontanarsi per un po’dal suo posto di lavoro è evidente: il part-time verticale, il periodo di aspettativa ed il congedo per la formazione (il c.d. anno sabbatico) previsto dagli art. 5 e 6 della Legge 53/2000, sono strumenti legislativi pensati per agevolare la fuoriuscita di chi vorrebbe fare altro. Che anche la stessa società del lavoro prediliga coloro che citano un’esperienza formativa all’estero nel proprio cv (gap yearcarear break, ossia allontanamento temporaneo dal mercato del lavoro italiano), è roba che si legge su qualsiasi manuale su “come scrivere un curriculum efficace”.
Per la società, chi vuole un posto di lavoro deve sapersi vendere, deve saper fare il commerciante ed il suo cliente è il datore di lavoro. Se poi il lavoratore risulta particolarmente abile nella gestione dei suoi affari – poco importa la moralità della sua condotta - gli si riconosce il titolo di imprenditore di sè stesso, con il plauso della società dell’industria, l’invidia malsana di chi è disoccupato per timidezza o mancanza di leadership e la rabbia di chi il proprio onesto lavoro lo deve svendere per pura sopravvivenza.
Oggi il lavoratore è uno speculatore: non lavora più ma intraprende un fare, qualunque esso sia, per puro profitto. Oddio! La logica mercantile è penetrata nelle menti della classe lavoratrice e svuota di significato la sua organizzazione.

Si potrebbe parlare di fallimento ma è più interessante esplorare l’ipotesi di evoluzione sociale. La società dello sviluppo - passatemi la definizione ambigua - ha oramai raggiunto il suo scopo e pertanto, come accade per lo scioglimento delle società commerciali, non avendo più ragione di esistere si estingue, insieme alla sua organizzazione basata sul lavoro. Il lavoro non c’è perché non ce n’è bisogno: il lavoro infatti non si trova, si cerca; e quello ancora disponibile è ormai marcio, nell’ultima fase di un processo naturale di necrosi. Chiedere più lavoro è come invocare il suicidio. Basta!

I tempi sono maturi per un nuovo manifesto dei lavoratori. Come fu per le 8 ore conquistate dalle classe operaia francese di allora, la riduzione del lavoro a 8 mesi all’anno si impone oggi per ciascuna categoria lavoratrice tanto dal punto di vista fisico che morale e sociale. Lavoratori! Una nuova conquista è di estrema necessità!

Questa volta però abbiamo nuovi padroni. Da tempo le imprese hanno venduto le proprie idee al sistema finanziario e, pertanto, non decidono più. Ogni dialogo con le imprese è una perdita di tempo. Rivolgiamoci dunque ai nostri veri interlocutori: le banche. A loro dobbiamo indirizzare il nostro nuovo manifesto: Banchieri!Nous voulons l’annèè de 8 mois”

Ai più decisi lascio un documento scoperto in navigazione che illustra ipotesi di organizzazione sociale e economica senza denaro. Buona lettura.
http://www.volontariperlosviluppo.it/2004/2004_5/04_5_.htm