Camarades de travaill ! Nous voulons l’anèè de 8 mois! Noi vogliamo l’anno lavorativo di 8 mesi! I successivi 4 li impieghiamo a vivere.
La proposta è semplice. Si lavora 8 mesi all’anno e nei rimanenti quattro ci si occupa della nostra esistenza, dedicandoci seriamente a capire dove siamo arrivati e se quello che stiamo facendo è veramente quello per cui siamo stati messi al mondo.
Per mezzo di questa sequenza di tempo di lavoro e di riposo, la produttività ritroverebbe equilibrio, il lavoro flessibile la sua buona ragion d’essere e lo stato di disoccupazione diverrebbe un’opportunità di recupero della dignità umana.
In quei quattro mesi di riposo ci si potrà dedicare ai nostri bisogni esistenziali: curare le nostre relazioni personali, dedicarci a una passione, intraprendere un diverso lavoro, oziare, partire per l’altro capo del mondo, sparire: quattro mesi per riappropriarci della nostra vita e darle un senso; confermarla se soddisfatti, cambiarla del tutto se delusi.
Che la politica stia incoraggiando il lavoratore ad allontanarsi per un po’dal suo posto di lavoro è evidente: il part-time verticale, il periodo di aspettativa ed il congedo per la formazione (il c.d. anno sabbatico) previsto dagli art. 5 e 6 della Legge 53/2000, sono strumenti legislativi pensati per agevolare la fuoriuscita di chi vorrebbe fare altro. Che anche la stessa società del lavoro prediliga coloro che citano un’esperienza formativa all’estero nel proprio cv (gap year – carear break, ossia allontanamento temporaneo dal mercato del lavoro italiano), è roba che si legge su qualsiasi manuale su “come scrivere un curriculum efficace”.
Per la società, chi vuole un posto di lavoro deve sapersi vendere, deve saper fare il commerciante ed il suo cliente è il datore di lavoro. Se poi il lavoratore risulta particolarmente abile nella gestione dei suoi affari – poco importa la moralità della sua condotta - gli si riconosce il titolo di imprenditore di sè stesso, con il plauso della società dell’industria, l’invidia malsana di chi è disoccupato per timidezza o mancanza di leadership e la rabbia di chi il proprio onesto lavoro lo deve svendere per pura sopravvivenza.
Si potrebbe parlare di fallimento ma è più interessante esplorare l’ipotesi di evoluzione sociale. La società dello sviluppo - passatemi la definizione ambigua - ha oramai raggiunto il suo scopo e pertanto, come accade per lo scioglimento delle società commerciali, non avendo più ragione di esistere si estingue, insieme alla sua organizzazione basata sul lavoro. Il lavoro non c’è perché non ce n’è bisogno: il lavoro infatti non si trova, si cerca; e quello ancora disponibile è ormai marcio, nell’ultima fase di un processo naturale di necrosi. Chiedere più lavoro è come invocare il suicidio. Basta!
Questa volta però abbiamo nuovi padroni. Da tempo le imprese hanno venduto le proprie idee al sistema finanziario e, pertanto, non decidono più. Ogni dialogo con le imprese è una perdita di tempo. Rivolgiamoci dunque ai nostri veri interlocutori: le banche. A loro dobbiamo indirizzare il nostro nuovo manifesto: Banchieri! “Nous voulons l’annèè de 8 mois”
Ai più decisi lascio un documento scoperto in navigazione che illustra ipotesi di organizzazione sociale e economica senza denaro. Buona lettura.
http://www.volontariperlosviluppo.it/2004/2004_5/04_5_.htm
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