Sognando un rifugio mobile e confortevole dove raccogliere le ore private della mia giornata sulla Terra, ho fatto un’indagine sulle possibilità lavorative che la realtà economica moderna offre agli spiriti liberi e nomadi della nuova era. Il telelavoro è una di queste. Non ancora regolamentato dal legislatore, utilizzato poco dai datori e percepito riduttivamente come “lavorare da casa” dal lavoratore, questo strumento di guadagno potrebbe portare dei benefici alla qualità della vita dell’essere umano a condizione di rivedere completamente il nostro modo di vivere: in pratica, per telelavorare felici occorre una vera e propria rivoluzione sociale.
Sentendo gli esperti della materia, ecco i punti chiave che mancano nel sistema-lavoro odierno per l’affermarsi del telelavoro: certezza di produrre un lavoro fatto a regola d’arte e certezza di ottenere un compenso per il lavoro fatto.
Che tristezza, mi dico. Se il telelavoro non si afferma perché non c’è chi sa fare un lavoro a regola d’arte e, per di più, c’è tuttora l’incertezza di riceverne il giusto compenso in pagamento, allora è dimostrato che ai giorni nostri l’impiegato di un’azienda (l’unico che potrebbe aspirare al telelavoro per ragioni obbiettive di fattibilità) non sta facendo altro che utilizzare le sue competenze alla bene meglio con l’obbiettivo finale di tirare avanti la carretta e nulla più. Lavorare a regola d’arte non è considerato un valore né dal lavoratore che presta la propria opera, né dal datore che, infatti, lo paga sulla base di contingenze variabili che poco hanno a che fare con il merito di un lavoro ben fatto.
Ma cos’è che ci ha portati ad un tale paradossale e avvilente scenario: a ben guardare è tutta una questione di mancanza di fiducia reciproca. Il lavoratore non si fida del datore e viceversa. Perché? Perché la vecchia massima ‘il lavoro nobilita l’uomo’ è la più grande fesseria che sia mai stata pronunciata e tutti lo sanno, datori e lavoratori. Eppure proprio sulla base di questa enorme balla consapevole la domanda di lavoro scadente sotto costo continua a crescere ed i rapporti di lavoro si riducono ad un gioco delle parti equivoco: si sciopera per guadagnare di più, non si assume per investire poco sul capitale umano e si forma il lavoratore per ottenere fondi pubblici; il lavoro da fare, quello poi, anche se non tutti lo sanno fare bene perché privi di vocazione, è diventato un diritto e come tale deve essere riconosciuto a tutti e a prezzo politico. Che grande inganno umano!
Non è il lavoro che nobilita ma la libertà dal lavoro. E’ questa la rivoluzione sociale auspicabile. Con l’augurio che un giorno ciascuno avrà il coraggio di scegliersi un mestiere per vocazione e non per un compenso sicuro concordato da categorie di chissà chi, lascio il link a http://www.telelavoro.it/ per le vostre esplorazioni.
2 commenti:
Interessanti riflessioni.
Ciao.
Carlo
Ti ringrazio per la visita. Felice di averti avuto come ospite e primo commentatore.
Invito tutti i lettori a seguire il tuo illuminante sguardo sul mondo su http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/ e altrove. Io non mancherò.
Buon viaggio.
B M zin
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